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A cura di: Rolando Anni

Francesco Soldano

Inadeguata cronaca di un viaggio nella vita

11.90

Categorie: ,
Prefazione: Daniele Alberti
Introduzione: Rolando Anni
Formato: 145x210x12 mm - pp. 200 - illustrato b/n - copertina con alette plastificazione opaca
Edizione: 2008
ISBN: 978-88-8486-311-9
Product ID: 2350

Descrizione

Fu a cinque anni che scoprii la musica e fu mio zio, Francesco Soldano, che m’insegnò la strada per raggiungerla. A me, bambino, si spalancava d’improvviso davanti un territorio incantato, un universo di bellezza e suggestioni che la sua guida rendeva semplice, familiare. Suonava sul mio pianoforte le sue composizioni e mi ascoltava: il nostro era un legame di note e sguardi. Ma non c’era solo la musica. Ricordo la sera, dopo cena, quando si sedeva a leggere per me e i miei fratelli l’Iliade e l’Odissea. Poco a poco, nel calore delle sue parole, prendevano vita Achille e Polifemo, le Sirene e il turbinio del mare. Avventura e letteratura s’inseguivano nel magico trascorrere delle ore. Certe sere, poi, ci accompagnava alle prove, con Ada Bonetti e altri giovani musicisti da camera che eseguivano la sua musica. All’intervallo si mangiavano biscotti e pasticcini e di rado ricordo di aver assistito sveglio alla seconda parte. Ma la deliziosa leggerezza di quegli incontri non l’ho mai dimenticata. Dentro di me e nei miei fratelli, nel prendere parte a quel rituale musicale, cresceva quell’anelito alla bellezza che tanta importanza avrebbe avuto nei miei studi futuri. Suonare a livello professionistico comporta anni di sacrifici, una disciplina ferrea per affinare, nelle otto o dieci ore quotidiane al pianoforte, la tecnica e la comprensione musicale. Gli inizi magici, l’amore per l’arte che mio zio seppe far crescere in me, hanno alleviato la fatica, trasformando il lavoro di ogni giorno in una sempre entusiasmante ricerca del bello. Ho in mente un’immagine, quasi una fotografia, che meglio di ogni altra racconta il suo insegnamento. Era un pomeriggio d’inverno e camminavamo nei campi attorno all’aeroporto di Ghedi, guardando decollare gli aerei. Là, mio zio mi mostrò un campo di colchici, fiori che nascono e vivono in mezzo alla neve. «Sono il segno» mi disse «della meravigliosa, solidissima fragilità della vita». Così imparai quanto un’emozione effimera possa riempire tutta un’esistenza. È la lezione più forte ed intensa che porto con me nella mia vita di uomo e di professionista; più preziosa del denaro, più potente di qualunque esercito, più dolce di qualsiasi profumo.
(Daniele Alberti)