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Alessandra Tosi

Chi vive nel cuore non muore mai

Poesie

18.00

Categoria:
Prefazione: Anna Barbera - Luca Capoferri
Formato: 157x247x15 mm - pp. 112 - copertina rigida cartonata + sovracoperta plastificazione opaca
Edizione: 2008
ISBN: 978-88-8486-303-4
Product ID: 2352

Descrizione

A me accade di cercare respiro nelle parole. E le parole mi divorano… Le parole sono per me la voce del cuore, la forma dei pensieri, la confessione dell’anima. Da sempre ritengo che i versi posseggano la loro miglior espressione quando son grida di dolore poiché soltanto nella tristezza noi, anime costrette agli inferi terreni, tagliamo i fili che ci legano al teatro della vita per formarci in quanto uomini Veri. Se le parole sono ”la voce del cuore” ne sono anche l’eco e … forse il silenzio. È grumo oscuro lo sfondo dal quale esse prendono vita, sonnambule di un “tempo statico”, coefore di una processione che da rammemoranti silenzi notturni avanzano storpie fino a mattini d’”amnesie”. È in questo andirivieni fra vigili notti e sbiaditi mattini che, più propriamente, quelle parole consumano la loro parabola. Un grido o forse un rantolo che brilla a intermittenza e poi s’incendia per esplodere in una voce al calor bianco che non sente e non vuole e non patisce “tregua”… almeno fino all’irrompere banausico del giorno. È un viaggio, sorta di peregrinazione, senza andata e senza ritorno di versi che sono “tribolati pellegrini”, cifra di un esistere che ha, nei propri lampi di sconvolgente lucidità, il coraggio di porsi in un orroroso faccia a faccia con il dolore della vita. È bandita la gioia, dice l’autrice, da queste pagine perché probabilmente, e forse proprio per questo, esse hanno una provenienza esclusiva, un’appartenenza gelosa a quel grumo originario, a quello sfondo che, un poco alla volta, si lascia intravedere nel mentre che si girano pagine di grana così grossa. Quell’origine, quello sfondo hanno un solo nome, semplice e ad un tempo assoluto: dolore. È a questa quinta nascosta che ostinatamente s’aggrappa l’autrice col suo ossessivo e maniacale torturare le corde di uno scorticato violoncello che geme suoni ed echi e silenzi. I versi di Alessandra a me paiono lame di luce livida che tagliano, con spaventosa franchezza, la povera carne viva di chi, fra cicatrici e bubboni di volti amati, tiene disperatamente in vita le persone care. Sono parole che versano la loro povera, stanca eppure dolcissima medicina sulle piaghe della memoria perché chi abbiamo amato non sprofondi nell’oblio e nell’insignificanza. Certo, vivo solo nella memoria del cuore… ed è già gran guadagno sembra suggerire l’autrice. Resta che, nello srotolarsi duro, durissimo dei versi, nel procedere implacabile dello sciabolare di parole scagliate come sassi, s’apre l’incanto stordente di immagini screziate da una tenerezza sterminata, di bruciante dolcezza, sorta di oasi fiorite fra le mostruose piante carnivore di una umanissima sofferenza e che stanno lì, nella loro inerme nudità a dire che no, il vomito dei giorni, non avrà l’ultima parola. Immagini sorelle delle “parole che mi divorano” secondo la confessione di Alessandra, esorcismi gettati sul dolore/belva in agguato. Resta anche, da ultimo, il liquido, mercuriale, onnipresente aggirarsi dell’ospite più straordinario, più ipnotico di questa casa del cuore: la musica. Musica che ha piedi, mani, occhi e nervi e sangue, musica che con struggente malinconia si china ad intonare il suo ovattato grido alla voce di Alessandra.