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Franco Robecchi

Negozi storici in Lombardia – BRESCIA E LA SUA PROVINCIA

Il commercio di qualità promosso dal tempo

30.00

Categorie: ,
Collana: L'intelligenza e il fare - nr. 5
Presentazione: Franco Nicoli Cristiani
Prefazione: Lorenzo Guerini
Introduzione: Franco Robecchi
Fotografie: Franco Robecchi e Archivi privati
Formato: 220x305x17 mm - pp. 128 - illustrato colori - copertina rigida cartonata + sovracoperta plastificazione opaca
Edizione: 2007
ISBN: 978-88-8486-283-9
Product ID: 2284

Descrizione

Il negozio storico è tale perché ha saputo scavalcare i tempi e vincerne le tempeste, economiche, familiari, esistenziali. Il suo persistere attraverso i decenni, in qualche caso attraverso i secoli, è un segno della credibilità che ha meritato al negozio la fiducia della clientela e quindi il successo negli affari. Il mantenimento dell’attivo economico implica spesso la capacità di adattamento e di aggiornamento, il che contrasta con la conservazione dei beni e delle forme iniziali. In molti casi fu proprio l’intelligenza commerciale a consigliare l’abbandono delle caratteristiche originarie. Ciò significa che i negozi che si sono mantenuti intatti sono frutto di un’inerzia imprenditoriale? Non è così. Il mercato non regala fortuna alla passività. Pur considerando le variazioni subentrate nel passo dell’innovazione, con l’accelerazione dal dopoguerra ad oggi, nei negozi storici è la garanzia del gradimento collaudato dal tempo a prevalere. La conservazione degli arredi stessi non era segno di un’incapacità imprenditoriale ed economica a modernizzare, ma era l’emblema di una tradizione che certificava la professionalità, tramandata di padre in figlio. Il severo crivello del tempo lascia passare solo i meritevoli e la testimonianza di un banco di legno costruito dai nonni era, in un negozio, il certificato della vittoria sul quel crivello. Se alcuni negozi storici si mostrano in affanno, per una crescente sfasatura tra una conduzione rigida e il mutare del contesto e della domanda, molti altri hanno, invece, potuto coltivare il denominatore comune di una prestazione, che scavalca le mode per attingere a categorie costanti: la qualità, la serietà, la capacità di rapporto personale con il cliente, l’aggiornamento temperato alle nuove esigenze, il mantenimento di un carattere.
Quest’ultimo aspetto è sempre più pagante, poiché il pubblico, spesso stanco di un commercio aggressivo, sospinto da conformismi di costume, da un’assillante pubblicità e da sprechi, ha in sé spazio di apprezzamento per chi non insegue la fatuità, per chi non si omologa al chiasso di sottofondo, che rende indifferenziato il panorama, per chi denota un attaccamento ai valori tradizionali, anche negli arredi, il che si concretizza anche in un apprezzamento per gli aspetti di antiquariato, o anche di modernariato, che rendono singolare e attraente il negozio. Su questi aspetti si innesta infine la valenza culturale. Se il commercio non fosse da decenni sotto discredito per una campagna ideologica pressante, la cultura di cui esso è portatore sarebbe emersa con serena evidenza e sarebbe tranquillo patrimonio dell’opinione pubblica. Vi è qualche dimensione della cultura occidentale che possa prescindere dalla logica e dalla pratica dell’interesse economico del mercato? La cultura della polivalenza immagazzinatrice dei meriti, costituita dal denaro, la cultura del lavoro e del guadagno, la cultura dello scambio delle prestazioni, la cultura degli scambi delle merci, che moltiplica conoscenze e ricerche, la cultura dell’istruzione, che modifica la realtà e potenzia il progresso, la cultura delle invenzioni tecnologiche, dei viaggi, della meritocrazia, del successo del migliore sul peggiore, dell’urbanistica funzionale e della razionalità organizzativa, della proprietà privata, la cultura della medesima democrazia, basata sulla libera concorrenza, e la libertà stessa affondano radici e motivazioni nel mercato. Dovrebbe, invece, svanire la cultura scendendo alla considerazione del singolo negozio? Quando non siano gli arredi a meritare attenzione, è spesso la qualità umana delle famiglie che quelle botteghe hanno creato e mantenuto vive nei decenni ad essere cultura. È la cultura della borghesia, spesso della piccola borghesia, magari raggiunta partendo dalla fascia più intraprendente del proletariato, come conquista sociale, a cominciare dalla piccola bottega, talora affiancata dal piccolo artigianato. La prima prova di una mentalità non fatalistica e votata all’assistenzialismo, fiduciosa nella propria capacità di intraprendere nella libertà del confronto, è passata attraverso l’apertura di una bancarella, di un negozietto. Lo spirito imprenditoriale, tipico della Lombardia, è in questa capacità di produrre e vendere, di comperare e di modificare, nella ricerca del prodotto migliore, del prezzo più appetibile, del margine di guadagno più gratificante.
Questo libro, che illustra contesto e realtà dei 38 negozi cui la Regione Lombardia ha sinora riconosciuto un valore storico, nella provincia di Brescia, vuole celebrare tutti i valori citati. Una realtà che comporta, per la Lombardia, il 13% del prodotto interno lordo e il 18% dell’occupazione non può essere privata della sua valenza culturale, come è avvenuto da troppo tempo, in Italia, un Paese che della cultura ha sempre fatto un suo carattere portante. Riconoscere dignità sociale e culturale, e quindi anche storica, alle botteghe del nostro tempo è un segno di investitura che può avere anche una funzione pedagogica nei confronti di una società distratta, sempre più avvezza all’anonimato e al gioco infecondo e fragile dell’infatuazione superficiale, della moda effimera, del consumo bulimico e intossicante. Anche il tempo libero, lo shopping, la curiosità per la merce utile e intelligente, l’apprezzamento per la qualità estetico-storica di un negozio, per la tenacia professionale di un commerciante possono costituire vie di serietà nell’approccio con il mondo e con i suoi valori più costruttivi.
(Franco Robecchi)