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Albano Morandi
Albano Morandi Pictures at an Exhibition 1981-2011
catalogo
“Qui non c’è assolutamente nulla d’insolito, per quanto io possa vedere. Eppure ardo dalla curiosità e dalla meraviglia”

1981-2011, trent’anni di carriera. Eppure Albano Morndi non è tipo da celebrazioni. Piuttosto, forse, da festeggiamenti, ma tra l’ironico e l’affettuoso, senza enfasi.
Alcune caratteristiche del suo modo di essere artista si ripropongono e uniscono per quest’occasione: il gusto dei luoghi espositivi insoliti, degli spazi “recuperati”, che diventano ambientazione e componente consustanziale delle opere stesse; il piacere e il bisogno di confrontarsi e dialogare con colleghi giovani e meno giovani (ho conosciuto poche persone altrettanto “sociali”, sia in quest’ambito, sia in termini assoluti); il riferimento costante al mondo della musica, che è uno dei più autentici fils rouges della sua produzione, sotto varie forme.
La creatività di Albano Morandi è sfaccettata, caleidoscopica; qualche critico serioso direbbe magari eclettica. Dipinti, disegni, sculture, assemblaggi, installazioni, scenografie, e molti altri lavori di non semplice definizione statutaria per il loro essere “di confine” compongono il suo catalogo. Che però è del tutto unitario nella cifra che lo contraddistingue, nell’ethos, inconfondibile: una liricità mai esibita, un’ironia lieve, una poesia delle forme e dei colori, degli oggetti e dei significati, una vena di sognante straniamento, figlia del Dadaismo, del Surrealismo, delle miniaturistiche profondità di Klee, della lunare stupefazione di Licini, ma con un tratto sempre personale, con un sapore armonico, equilibrato, discreto. Classico, in fin dei conti.
E ciò che colpisce è la continuità assoluta, lungo questi trent’anni. Non vorrei andare sull’aneddotico, ma non posso negarmi la delizia di accennare alcuni momenti trascorsi con Albano Morandi nel suo studio mentre si preparava la mostra e, passando in rassegna vecchie cartelle risalenti al suo periodo romano, ci capitavano tra le mani disegni e collage del 1981: ecco, era già lui – sarà vero che il nostro organismo muta climatericamente tutte le cellule nell’arco di sette anni, eppure…! –, così come nei lavori odierni è ancora lui. La sostanza non è cambiata.

Per alcuni aspetti il percorso di Albano Morandi è singolare: l’attitudine a parlare al mondo, a non chiudersi mai in recinti identitari, ma insieme la volontà di rimanere annodato alle proprie origini, nutrito da esse. Da ragazzo ha scelto di andare a studiare in accademia non a Milano, come quasi tutti i “nordici”, ma a Roma, con il grande Toti Scialoja, da cui deve aver ricevuto più di un incoraggiamento a coltivare la naturale innata versatilità. E poi è tornato, scegliendo di ripartire restando: ha esposto in molti luoghi differenti (in Europa, Stati Uniti, Asia), ma mantenendo come base sicura del suo operare la collina umida e lacustre della Raffa di Puegnago, affacciata sul Benaco.
Pardon, ho già profuso anche troppa “brescianità”, e non intendo certo sdrucciolare per questa china sconsigliabilissima e triste. Il senso di “Pictures at an Exhibition” è anzi di seguire le esplorazioni compiute da Albano Morandi in sentieri tutt’altro che geograficamente connotati; si tratta di percorrere mappe mentali, itinerari di un pensiero che, passo dopo passo, si è tradotto in opera e in biografia. E quindi le “impronte”, con i diafani acquerelli su carta di riso, i formichieri trampolieri e i frottage di conchiglie; e poi i ludi africani, e i grandi pannelli astratti eseguiti con nastri adesivi (originalissima reinterpretazione di possibili sviluppi del Neoplasticismo). Senza tralasciare gli omaggi a protagonisti del passato, come nel caso dei Paesaggi allicinati, chiaro riferimento a Licini, dei De(s)perimenti dedicati a Fortunato Depero, dei compendi ludici di storia dell’arte, con rimandi ironici, giochi citazionistici e “variazioni sul tema” imperniate su capolavori di Malevič e altri pionieri dell’astrattismo. Per venire ai disegni, alle opere realizzate su fogli di quaderni o registri usati, o con stoffe; e alle sculture, accomunate dal candido “vestito” di gesso che racchiude oggetti quotidiani, elementi di riuso, fiori, e alle installazioni di miriadi di piccole scatolette colorate che compongono sulla parete una geografia immaginifica, una costellazione visionaria di suggestioni, reminiscenze, segni e gesti.
Per impiegare una similitudine musicale, la creatività di Albano Morandi può esser paragonata a un suono fondamentale che produce molti armonici, ipertoni che stanno in relazione con la nota di partenza e anzi concorrono a definirne il timbro, ma mantenendo una loro specificità riconoscibile; o a variazioni di un tema dato, che, in ultima analisi, è la messa in evidenza del reale.
Più di un critico ha citato in proposito, a ragione, una frase tratta da Watt, romanzo di Beckett (autore tra i prediletti di Albano, insieme a Borges), dove uno dei personaggi, Hackett, entrando in una stanza dice: “Qui non c’è assolutamente nulla d’insolito, per quanto io possa vedere. Eppure ardo dalla curiosità e dalla meraviglia”. E io richiamerei anche un aforisma di Konrad Fiedler, per il quale “lo stupore è il primo inizio dell’arte come della filosofia”. È la capacità di osservare il mondo con occhi esenti da precognizioni, con il cervello sgombro da categorie aprioristiche; mi verrebbe da aggiungere che Albano Morandi ricerca uno sguardo innocente, infantile, se quest’affermazione non rischiasse di evocare un che di dolciastro, di sentimentalmente commosso o retorico, che qui invece manca del tutto, per fortuna. Anzi, l’atmosfera e il clima espressivo sono sempre limpidi, tersi, freschi.
Dunque, dicevamo, una stupefazione trasognata di fronte alla realtà, punto di partenza imprescindibile dell’arte di Albano Morandi, che ama prelevare dal quotidiano piccoli oggetti disparati: magari elementi di materia un tempo vivente, come fiori secchi e piume, e poi vecchie cornici, fotografie, lavagnette, quaderni di scuola e fogli di registri contabili usati, bottiglie e contenitori di plastica; e, con somma predilezione, “scatole e scatoline, con scrigni e cassettine” (la citazione è dal testo della pirotecnica aria delle “Medaglie incomparabili” dal Viaggio a Reims, e il nesso intertestuale non è a caso, ché i vertiginosi elenchi di certi sillabati rossiniani – pensiamo a Don Magnifico nella Cenerentola – mi sembrano vicini per spirito giocoso al “piacer di porre in lista” delle accumulazioni e affabulazioni morandiane).
Il fascino della scatola ha forse qualcosa di duchampiano (l’ironico campionario artistico della Boîte-en-Valise), ma ciò che più conta è notare il procedimento adottato da Albano, che, nella sua opera di riappropriazione del reale: 1) sceglie oggetti ordinari, perlopiù privi di intrinseche qualità estetiche o semiotiche; 2) li recupera, ridonando loro senso e mostrandoci così che anche l’insignificante, il rifiutato, il dimenticato e l’ignorato possono avere un contenuto da trasmettere, una valenza di reperti mnemonici, una poeticità insospettabile; 3) li manipola, ricoprendoli di cera (una nuova pelle, ha commentato Lucio Pozzi), o di gesso (rivestimento che assolutizza e astrae), o di minutissimi segni, oppure assemblandoli in installazioni o in nuove conformazioni complesse, che ricompongono in sintesi la realtà in precedenza sottoposta ad analisi.
Parafrasando una celebre frase del Diario d’uno sconosciuto di Jean Cocteau, Albano Morandi, prima ancora di cercare, ha trovato: ha riconosciuto nel mondo l’importanza del già-esistente, la possibilità di salvare “cose” altrimenti destinate all’oblio e alla distruzione, selezionate semplicemente per la loro datità; a indicazione di un metodo, piuttosto che di un merito. Pian piano va costruendosi il suo “atlante” visivo, che mi ricorda un po’ il progetto della Mnemosyne di Aby Warburg, e serve a lui, e a noi, per orientarci nell’iconosfera intasata e ipertrofica dell’immaginario contemporaneo, additando la compresenza di molteplici piani di lettura del reale, e una maniera differente di guardarlo e comprenderlo.
Secondo il formalista russo Viktor klovskij “nell’arte ogni oggetto riacquista la sua vera dimensione”: a pochi, come ad Albano Morandi, tale proposizione si attaglia.
Messa in evidenza, si diceva: che sia una carta di riso, nella quale il pittore scorge le piccole imperfezioni della texture, le venature del foglio, le lacerazioni, e le segue, le valorizza, le sottolinea con l’acquerello; oppure un fiore, su cui, metaforicamente, si punta uno di quei fari occhio di bue usati a teatro, eternando cioè la fragilità della rosa o dell’ortensia con un candido “vestito” di gesso (il sentimento della caducità della vita e delle cose che si sublima nell’affermazione dell’artificio…); o ancora le sequenze di nastri adesivi che avvolgono i supporti, creando configurazioni geometriche ed effetti percettivi che pongono in risalto la materialità della forma-colore – al centro è sempre lo stesso tema, modulato in infinite variazioni musicali ma pur riconoscibile: la risignificazione del mondo. Un’ambizione forte, ma temperata costantemente attraverso il filtro di una liricità raffrentata, d’una vena di lieve e pensosa ironia.

Due parole, per finire, sul progetto di “Pictures at an Exhibition”: benché la volontà curatoriale sia di ripercorrere l’intera carriera di Albano Morandi dagli esordi sino alle ultime realizzazioni, l’impostazione del/i percorso/i non è cronologica, bensì tematica e tipologica. Il coinvolgimento delle gallerie, poi, si configura come un “interscambio” con gli artisti presenti nei diversi spazi. L’idea è quella del confronto e del dialogo aperto tra le opere, affinché possano integrarsi e contaminarsi vicendevolmente, incontrandosi secondo analogie e specificità sempre nuove e differenti.
Da ultimo, un esperimento ricco d’implicazioni intende essere l’interazione tra musica e arti, grazie alla fortunata collaborazione di importanti compositori, dei quali saranno eseguiti brani originali, talora appositamente scritti. Per chi, come Albano Morandi, ha sempre cercato di dar vita, con gli strumenti e i media che gli sono propri, a una “musica delle immagini”, questa unione di visivo e sonoro non può che essere un suggello esemplare e carico di valori estetici, oltre che etici.

Paolo Bolpagni

  • Genere: Libri d'arte
  • Collana: Catalogo d'arte
  • Formato: 230x280x20 mm - pp. 244 - illustrato colori - copertina con alette plastificazione opaca
  • Edizione: 2012
  • ISBN: 978-88-8486-503-8
  • Prezzo: 30,00 €
Disponibile

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