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Pietro Giorgio Zendrini

Uno sciame dal confino

Frammenti di “medietà” per architetti, designer e…

12.00

Categoria:
Collana: Catalogo arte L.A.B.A.
Prefazione: Salvatore Giammusso
Formato: 140x210x8 mm - pp. 96 - illustrato b/n - copertina con alette plastificazione opaca
Edizione: 2013
ISBN: 978-88-8486-581-6
Product ID: 2870

Descrizione

Nelle pagine che seguono Pietro Giorgio Zendrini, architetto e docente di ecodesign, offre numerosi spunti e motivi di riflessione che vanno oltre i tecnicismi della sua professione. Certo, gli studenti di architettura e design, e i professionisti del progettare e costruire vi troveranno delle considerazioni utili e sono tra i principali destinatari del lavoro; ma Zendrini racchiude, nelle sue considerazioni, riflessioni generali, destinate a un pubblico più vasto. Al centro della sua attenzione troviamo il tema di un adeguato rapporto con la natura; per le implicazioni del tema le considerazioni di Zendrini  si estendono in maniera fluida al campo della società e della morale. Le distorsioni nel modo contemporaneo di intendere ed abitare lo spazio naturale ci riguardano da vicino come persone interessate a realizzare un ordine sociale e di vita più rispettoso della natura e di noi stessi.
Zendrini si esprime per frammenti, e fonde nelle sue considerazioni classici dell’estetica e dell’architettura con la saggezza zen, unita al buon senso popolare. Il testo è breve, ma complesso perché riflette numerose letture, esperienze professionali e riflessioni personali. Sembra impossibile racchiudere tante sollecitazioni in pochi cenni di presentazione. Cercherò  allora di richiamare l’attenzione del lettore su alcuni fili conduttori che danno una certa sostanza unitaria al lavoro.
Intanto si consideri che Zendrini muove da una posizione di critica sociale. La sua concezione dell’architettura si oppone al modo consumistico di organizzare lo spazio. Egli vede con acume i limiti di quelle teorie e pratiche costruttive per le quali l’architettura e il design sono funzionali al desiderio individuale di ricchezza; e ne denuncia l’assurdità: una soddisfazione illimitata dei bisogni individuali non è realistica, perché non è ecologicamente sostenibile.
L’idea che abitare sia possedere lo spazio è un’illusione, di cui sono preda persone con un ego dilatato o gli elementi più fragili della società e più facilmente manipolabili da un sistema economico che ha bisogno di consumatori passivi. Ma non si tratta di un’illusione innocua; infatti ne vediamo gli effetti negativi sull’ambiente: si pensi ad esempio allo stile costruttivo amplificatorio, che spreca materiali costosi e deturpa il paesaggio. Il rovescio di questa architettura incline a soddisfare il narcisismo individuale è l’abbandono e la scarsa consapevolezza del territorio. In Italia non sono poche le abitazioni costruite, grazie a piani regolatori e sanatorie compiacenti, anche presso gli argini dei fiumi o sulla lava solidificata di eruzioni non lontane nel tempo. In altre epoche nessuno avrebbe pensato a provocare la natura in questo modo. A buon diritto Zendrini può rivendicare dunque la sua opposizione a un modo di progettare e costruire che favorisce il delirio narcisistico a scapito del più elementare senso comune delle generazioni passate. Il richiamo alla tradizione va dunque inteso in questo senso: non è una banale nostalgia per il buon tempo andato, ma il consapevole riallacciarsi a una tradizione consolidata di vivere lo spazio, improntata al rispetto dell’ambiente, all’essenzialità, all’utilizzo dei mezzi “giusti”. In questo caso il richiamo a un ordine tradizionale non ha un sapore politicamente conservatore, ma si armonizza in maniera riuscita con la critica dell’omologazione presente.
Zendrini sottolinea l’importanza di sottrarsi al rischio dell’omologazione.
Verrebbe da dire che si tratta di un compito morale di centrale importanza a tutti i livelli della società. In effetti non è difficile cogliere sfumature filosofiche e antropologiche nel suo discorso. Lo si vede ad esempio quando egli auspica un ritorno a «riabitare “la casa corpo-nella casa mondo”». Zendrini richiede una nuova assunzione di responsabilità dell’essere umano verso se stesso e la natura.
Sono temi che riecheggiano autori della tradizione antropologica come ad esempio Otto Friedrich Bollnow, il quale riteneva essenziale per l’essere umano sviluppare il senso di essere a casa propria nel mondo. Zendrini  invoca dunque un’inversione di tendenza nel progettare e costruire che esige da noi un’apertura alla vita e la piena comprensione della condizione umana. È qui che si colloca la riflessione sul senso dell’abitare.
Per Zendrini l’architettura è un lavoro sulla creazione dell’ordine, a partire da un profondo senso di responsabilità. «Abitare un luogo, un milieu, – leggiamo nel testo – è farsene carico senza oltrepassare il limite del proprio racconto, assecondando le proprie attitudini e possibilità.» Viene da pensare al tema della compassione e del profondo rispetto per la natura che si trova in alcune posizioni dell’etica contemporanea. Ma Zendrini si riferisce con questo non solo al necessario rispetto per l’ambiente, ma anche a un nuovo compito per l’arte del costruire. In breve, l’architetto-designer deve sapersi far carico di “mediare”. Innanzitutto con se stesso: più che inclinare all’autocompiacimento talentuoso, deve ripartire dalle cose semplici: occorre riscoprire antiche virtù artigiane (in cui l’Italia un tempo eccelleva): pazienza, diligenza, conoscenza dei materiali adeguati, ossia compatibili e adatti alle circostanze. Zendrini pensa a un rinnovamento della professione e della responsabilità sociale dell’architetto-designer nel senso di un’etica della mediazione: è questa una condizione complessa simile all’atteggiamento meditativo dei cuochi zen, che oltre a conoscere le qualità specifiche dei materiali, badano in maniera rilassata a tante altre cose: ad armonizzarli tra loro, ad armonizzare i materiali in funzione del lavoro e dell’ambiente esterno, insomma a “mediare”.
Il paragone con le arti zen non deve sorprendere. Zendrini ha recepito la lezione delle arti d’Oriente. Quando parla della necessità di semplificare, della ricerca dell’essenzialità, del rispetto dell’ecosistema, si riferisce anche a un’estetica come quella che troviamo nelle arti giapponesi, dove l’effetto di bellezza dipende dal “togliere” anziché “mettere” oggetti nello spazio. Il suo è dunque un invito a vivere e a progettare lo spazio a partire dal “vuoto”, anziché dal “pieno”. Proprio come l’arciere zen quando tende l’arco, o il giardiniere che dispone i fiori nell’arte dell’ikebana, l’architetto-designer che “media” mira a far parlare l’eloquente semplicità della naturalezza.
(Salvatore Giammusso)