Descrizione
La vita del poliedrico artista orceano è stata improvvisamente sconvolta da una grave patologia nel 2007, che ne ha inevitabilmente compromesso l’attività professionale ed artistica.
Ciononostante, attraverso un lungo e faticoso percorso di riabilitazione – cui si sottopone ancora oggi – Pitto Neri ha potuto concedersi completamente ad una delle tre grandi passioni che lo hanno reso un “Alchimista di fine millennio”: la PITTURA.
Animato da passione ed estasi per il colore, Pitto Neri ha dedicato costantemente parte delle proprie giornate a realizzare opere con differenti tecniche e materiali.
Con l’esposizione attuale, possiamo ammirare Pitto Neri dopo quella che potremmo definire la sua rinascita, in quanto le opere qui proposte – come una collezione antologica – abbracciano un ampio arco temporale, che va dal 2008 a oggi, nel quale è possibile scoprire e scorgere tutte le sfumature e i progressi fatti dall’artista in questi anni.
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E perché si faceva chiamare Pitto? Questo non lo sapremo mai, perché non ce lo dirà mai, nemmeno sotto tortura. Possiamo solo avanzare due ipotesi: a) Pitto è una variante dell’arcaismo “picto”, dipinto; b) in realtà voleva farsi chiamare direttamente Pictor ma poi ha deciso di restare umile, questa mi pare l’ipotesi più vera.
E comunque, Pitto prima è stato molte cose, tutte insieme, contemporaneamente, appassionatamente, una prolissità, una moltitudine di se stesso, come Pessoa, come Whitman. Artista, poeta, medico, omeopata, agopuntore, appassionato di religioni orientali, appassionato di ipnosi e fors’anche di autoipnosi, e temo anche appassionato di scienze occulte, lo sguardo luciferino d’altra parte ce l’aveva e lo ha conservato. Oltre che, naturalmente, marito e padre amorevole.
Ma come faceva a tenere insieme tutto questo, anzi tutti questi sé, senza fare confusione? Anche se una leggenda metropolitana dice che a volte lui pure si confondeva, al paziente che gli chiedeva un antiacido per la gastrite allungava una poesia. Non so se funzionava, però almeno non aveva controindicazioni.
Come faceva? Ecco: le fate che avevano assistito alla sua nascita gli avevano fatto due grandi doni: l’ironia e l’autoironia. Ma un’ironia e un’autoironia di tipo speciale, quelle che di norma hanno solo gli anarchici, quelli veri, che si pongono solo il limite del rispetto, quelli inclini allo sberleffo intelligente e sotto traccia, ma che ti fa capire che, alla fine, sarà una risata che ci seppellirà.

