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Emilio Del Bono

Una idea di città

16.00

Categoria:
Collana: MODUS VIVENDI - 2
Prefazione: Pierangelo Ferrari - Don Fabio Corrazzina - Roberto Zini
Formato: 135x210x24 mm - pp. 344 - copertina con alette plastificazione opaca
Edizione: 2012
ISBN: 978-88-8486-527-4
Product ID: 2752

Descrizione

“La nostra città ha bisogno di innovazione, di una politica di coesione e di una convincente e coraggiosa politica ambientale.
Al di là delle improvvisazioni e della corsa vanitosa ad apparire ciò che davvero deve fare la differenza nella dialettica amministrativa è la coerenza e la passione competente, accompagnata da una visione sul nostro futuro. In questi anni io e tanti amici che amano Brescia ci abbiamo provato”

Politica: fonte amara?
(Liberamente tratto dal romanzo di Iganzio Silone, “Fontamara”)

Brescia e la sua gente
A chi guarda Brescia da lontano, dall’alto della Maddalena, l’abitato sembra un gregge di pecore scure, i palazzi più alti dei mansueti asini, i campanili e le torri i loro pastori, in periferia le ciminiere vestono gli abiti dei briganti. Una città come tante altre; ma per chi vi nasce e cresce, per chi parte e arriva è il tutto, è il cosmo. L’intera storia universale vi si svolge: nascite, morti, amori, odii, invidie, lotte, disperazioni.
I Bresciani assistevano alle trasformazioni del territorio come ad uno spettacolo che non li riguardasse. La terra da lavorare solo un ricordo, le case tante ma per i soli ricchi, i parchi quotidianamente assediati dal cemento, i quartieri periferici spesso osannati sui libri di architettura urbanistica ma sempre più soli, le strade moderne arene, i crocicchi pericolosi boschi magici, le scuole presidi militarizzati, le chiese luoghi di invocazione ma non di liberazione, le falde acquifere pozioni malefiche, e poi ti svegliavi la mattina e controllavi se per caso fuori casa o in casa non fossero stati posti dei muri, dei reticolati, dei divieti, … ma tutto sembrava semplicemente normale.

I cafoni di Brescia
La vita degli uomini sembrava racchiusa in un cerchio immobile: prima veniva il guadagnare, poi il consumare, poi la depressione. E poi? E poi il bisogno di identità, la solidarietà pelosa, la riscoperta di radici culturali e artistiche emergenti ed escludenti. E poi? E poi da capo!
I Bresciani guardano il mondo esterno sapendo di non potervi mai prender parte. Brescia sarà uguale a se stessa per sempre, non cambierà nulla e ogni anno sarà uguale a quelli precedenti e a quelli successivi. In capo a tutti c’è Dio, il “nostro” dio, riverito da tutti anche da chi lo bestemmia. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe della finanza, poi l’imprenditore arrivato, poi il padrone della terra e il costruttore che la copre. Poi il politico preoccupato così come il sacerdote ben integrato e raccomandato. Poi vengono tutte le loro guardie. Poi ancora i cani e i gatti. Poi, nulla, ancora nulla. Poi vengono i poveri, gli ultimi, gli stranieri, i piccoli, le donne, i silenziosi, le famiglie, i disoccupati, i giovani. E si può dire ch’è finito.

La sorgente
La nuova realtà politica colpisce Brescia in due punti vitali: l’energia elettrica e l’acqua. la prima è stata tolta alla città, perché i Bresciani da tempo pensavano di farla pagare agli altri. Del resto essi non hanno molti rimpianti, essendo stati abituati da tempo ad usufruire del chiaro di luna. Ma, senza l’acqua, quei poveri cittadini sono destinati a morire diventando deserto. Ed il punto focale della storia è, appunto, la tragedia che ha origine da un grave sopruso commesso da un influente gerarca detto “l’imprenditore”, ai danni dei Bresciani.
All’entrata di Brescia, sotto una macera di sassi, sgorga una povera polla d’acqua, simile a una pozzanghera. Un’intuizione chiamata: partecipazione. Dopo alcuni passi, l’acqua scava un buco, sparisce nella terra pietrosa, e riappare in piazza loggia arricchita di politica e solidarietà, più abbondante, in forma di popolo. Prima di avviarsi verso il mondo, il ruscello col suo fosso fa molti giri. Da esso i Bresciani han sempre tratto l’acqua per irrigare il loro essere cittadini.

Il contratto
Gli uomini ebbero l’illogica intuizione di vendere la sorgente. Le donne vanno dal Podestà per parlare e interviene l’avvocato don Circostanza. Il notaio commenta: “L’accordo è chiarissimo” disse. “Tre quarti dell’acqua andranno nel nuovo letto della finanza comune e i tre quarti dell’acqua che resta continueranno a scorrere nel vecchio fosso, a vantaggio della gente.” “Tre quarti e tre quest’è una diavoleria” qualcuno disse. “Mai si è sentita una simile stranezza. La verità è che l’acqua è di Brescia, e deve restare di Brescia.”. Ma i giornali, le radio, le tv, salvo strani organi alternativi d’informazione, si premurarono di spiegare al cafone con dovizia la bontà dell’affare concluso e del conseguente prodotto finanziario.

Le conseguenze
I quartieri seccavano, i sevizi non davano frutti, la scuola chiudeva per 4 giorni su 7, nella comunità si vedevano crepe sempre più larghe, i cinghiali scendevano dalla Maddalena e devastavano il raccolto, i bambini erano chiusi in casa, le donne vendute con contratto flessibile e gli uomini intossicati di coca, di egoismo, di ignoranza e di alcool. Chi non portava nome e cognome autoctono era semplicemente considerato delinquente. Messo in prigione, 8 persone in 10 metri quadrati. Peggio dei polli da batteria. Per Brescia significava la fame perché i prodotti delle altre poche terre da noi affittate o possedute bastavano normalmente per pagare le tasse, l’affitto e le altre spese, mentre i prodotti dei campi irrigui di lavoro, creatività e piccola imprenditoria ci fornivano l’alimentazione quotidiana. Il furto dell’acqua ci condannava a un inverno senza pane e senza polenta.

La rabbia
“È una prepotenza” balbettò qualcuno. Fra loro anche qualche politico, professore, avvocato, imprenditore, volontario, perfino qualche cattolico, valdese, sick e musulmano. “Parola d’onore – dissero i pastori di pecore e asini – sotto il nuovo governo, prepotenze non ne possono più succedere. Prepotenze e privilegi? Giammai. Sono parole proibite. Ecco, si tratta di un atti legali; anzi, addirittura di favori che le autorità hanno voluto fare a Brescia.” A volte sembrano favori fatti a vantaggio di pochi, ma ci dicono “fidati”.

Non bisogna più ragionare
Di locali pubblico, di centri commerciali, di cattedrali del consumo a Brescia se ne vedevano molti. A tutti loro – e anche alle chiese, alle biblioteche, alle sale di quartiere … – fu consegnato un ordine scritto del podestà col quale si comunicava che i loro padroni e proprietari o responsabili sarebbero stati ritenuti responsabili se nei loro locali si fossero fatte discussioni politiche. “Ma a Brescia nessuno sa neppure che cosa sia la politica” sottolinea Simona. “Da noi si ragiona però un po’ di tutto, ribatte Roberto, … dei prezzi, delle paghe, delle tasse, delle leggi; oggi si ragionava della tessera, della guerra, dell’emigrazione, dei tumori, della metropolitana, del PGT, della scuola, degli anziani, dei diversamente abili, del bilancio comunale, di A2A, di accoglienza, di inquinamento… Ma se questo è fare politica significa che da oggi non possiamo più ragionare?” «Dunque, non bisogna più ragionare!». «Ecco, bravo Roberto, hai capito perfettamente» esclamò il podestà soddisfatto «non bisogna più ragionare: questo è il senso della decisione del podestà. Bisogna farla finita coi ragionamenti. E poi, siamo sinceri, a che servono i ragionamenti? Se uno, ha fame, può nutrirsi di ragionamenti e cultura? Bisogna farla finita con questa cosa inutile». A volte sembra di capire bene e ci preoccupiamo, ma ci dicono “fidati e affidati”. Era comunque chiaro per tutti: per ordine del Podestà sono proibiti tutti i ragionamenti.

Fare politica e progettare futuro
Roberto provvide ad affiggere il cartello, in alto, sulla facciata di ogni luogo pubblico e disse: «adesso, guai a chi tocca quel cartello.»
«Quello che il podestà ordina da oggi, io l’ho sempre ripetuto» disse Roberto. «Coi padroni non si ragiona, questa è la mia regola. Tutti i guai dei cafoni vengono dai ragionamenti. Il cafone è un asino che ragiona. Perciò la nostra vita è cento volte peggiore di quella degli asini veri, che non ragionano (o, almeno, fingono di non ragionare). Nessun ragionamento lo convince. Nessun discorso lo muove. Lui non ti capisce, (o finge di non capire). Ma il cafone invece, ragiona. Il cafone può essere persuaso. Può essere persuaso a digiunare. Può essere persuaso a dar la vita per il suo padrone. Può essere persuaso ad andare in guerra. Può essere persuaso che nell’altro mondo c’è l’inferno benché lui non l’abbia mai visto. Vedete le conseguenze. Guardatevi intorno e vedete le conseguenze.»
Per noi, quello che Roberto diceva, non era una novità. Ma il podestà, il padrone, l’avvocato, il banchiere, e pure il vescovo erano atterriti. «Un essere irragionevole non ammette il digiuno – continua Roberto – se mangio lavoro, se non mangio non lavoro. O meglio neppure lo dice, perché allora ragionerebbe, ma per naturalezza così agisce. Pensate dunque un po’ se i 190.000 abitanti che vivono a Brescia, invece di essere asini ragionevoli, cioè addomesticabili, cioè convincibili, cioè esposti al timore del carabiniere, del prete, del giudice, fossero invece veri somari, completamente privi di ragione. Il podestà governerebbe per elemosina non per giustizia, per simpatia non per diritto, per affinità non per il bene comune, per convenienza non per lungimiranza. E che cosa può impedire a noi di accopparlo questa notte stessa? Ce lo può impedire – continua Roberto – il ragionamento delle possibili conseguenze dell’assassinio. Ma voi avete scritto di vostra mano su quel cartello che, da oggi, per ordine del podestà, sono proibiti i ragionamenti. Voi, con noi conniventi impauriti, avete rotto il filo al quale era legata la vostra e nostra incolumità.”
Le pagine che seguono, scritte dall’amico Emilio, sono una buona opportunità per togliere, attraverso il racconto di un impegno quotidiano e puntuale, alcuni di quei cartelli che vietano la politica – a meno che sia a “nostro” vantaggio, a “nostra” difesa e per il “nostro” interesse – dai “nostro” luoghi comuni e comunitari. Un impegno che ha come orizzonte non i “cafoni” di Brescia ma i fratelli e sorelle dell’umanità intera con cui vivere la grande sfida della Carta dei diritti umani, della Costituzione e di una diffusa “rivoluzione” indignata che chiede Cittadinanza e esige Partecipazione.
(Fabio Corazzina – Sacerdote)