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Amos Luzzatto
A cura di: Francesca Nodari

Vanità della memoria

Fare memoria/Filosofi lungo l’Oglio – 2

INSTANT BOOK

5.00

Categoria:
Collana: Fare memoria/Filosofi lungo l'Oglio - 2
Formato: 110x155x4 mm - pp. 48 - copertina semirigida
Edizione: 2012
ISBN: 978-88-8486-513-7
Product ID: 2696

Descrizione

Il testo qui presentato rivela da subito l’acume del suo Autore: tutto teso ad indagare il labile confine tra memoria e ricordo, ne tenta un accostamento a partire dalla radice trilittera ebraica ZKR per cercare di comprendere e far comprendere ciò che distingue l’allusione per così dire episodica da una concatenazione di fatti che sono chiamati a riempire le «stanze» della nostra memoria. Memoria che ordina, divide, conserva, elimina quanto ha immagazzinato quasi avesse le funzioni di una segreteria. Ma la memoria è anche legata al materiale sul quale sono state impresse informazioni ritenute dalla nostra mente. Di qui il riferimento che Amos Luzzatto fa alle tavole della legge scritte sulla pietra. Solo apparentemente al sicuro, tuttavia, poiché la forza con la quale Mosè ruppe le tavole dopo l’episodio del vitello d’oro e la violenza di chi le trafugò dopo molti secoli possono rendere vulnerabile anche ciò che è vergato su una superficie così solida. Di pietra torna a parlare ancora la Bibbia a proposito del sogno di Giacobbe (Gen 28, 11). Ma perché di essa non v’è più traccia nella nostra memoria collettiva, mentre del sogno del Patriarca sì? Risiede in questo interrogativo, a nostro parere, il punto cruciale del saggio dell’Autore: il riferimento all’ortoprassi, alla Torà orale come migliore risposta alla Torà scritta, il richiamo al «faremo e ascolteremo» dell’Esodo (24,7) diventano man mano i pilastri da cui partire per cercare di suggerire una risposta al che cos’è del fare memoria. Di più, per cercare di districarsi dai possibili sconfinamenti di ciò che si rammenta nell’oblio paragonato all’acqua passata di cui si parla in Giobbe (11,6) o nel pascolo di vento del Qohelet. In maniera illuminante Luzzatto ci ricorda che «re’ut significa anche volontà».
Ma se è vero, come è vero, che la memoria può prendere distanza da ciò che ricorda, si pensi ad Agostino che notava che si possono rammentare cose tristi in modo lieto e che in definitiva pensare, che è il frequentativo di colgo (raccogliere), significa raggruppare le cose
«di nuovo per averne conoscenza, ossia chiamarle a raccolta come da uno sbandamento»,
questo significa che nella memoria sono già presenti la libertà e la ragione. Si dà, come videro prima Kierkegaard e poi Heidegger quel movimento della coscienza che recupera in una sintesi sempre nuova il contributo del passato in funzione del futuro. Rispetto alla distinzione husserliana tra ricordo primario e ricordo secondario elaborata nelle Lezioni sulla coscienza interna del tempo, l’idea di ripresa mette in evidenza la componente razionale e il ruolo della libertà. E potremmo aggiungere che con Rosenzweig questa libertà si carica di una responsabilità che fa dire al soggetto che il nuovo pensiero sta proprio «nel prendere sul serio il tempo» per arrivare alla diacronia come procrastinazione della morte in uno «sperare per il presente» il cui in-vista-di-cui finale è le salut, di cui parla Emmanuel Levinas nei Carnets de captivité e agli sviluppi cruciali sul concetto di evento e di temporalizzazione che si devono al grande filosofo della religione Bernhard Casper. A ben vedere nel temporalizzarsi del soggetto si coglie il darsi del tempo nel suo accadere trasversale, asimmetrico tra me e l’altro. Non il tempo degli orologi, il tempo della sincronia ove non si può neppure ricordare poiché tutto sembra consumarsi nell’istante stesso in cui avviene, ma il tempo diacronico in cui la memoria, «ventre della mente», è animata da una volontà buona, da «un decidersi per» dove ne va della scelta: non dipendo da ciò che ricordo meglio, ma da ciò che, nel mio decidermi, in cui sono libero, e dunque sempre tentato, diventa importante per la realizzazione di me stesso, realizzazione che non può prescindere dall’altro. La memoria, che diventa vana se vivo nella sincronia, diviene feconda se essa stessa si fa azione concreta e animata da ciò che Luzzatto chiama «scelta dello scopo». Ecco perché il rituale del Sabato, il Seder di Pesach non costituiscono meri automatismi, ma gesti mnemonici. Potremmo anche dire gesti in cui la memoria si incarna e in cui il soggetto, nel suo stesso temporalizzarsi responsabile, realizza fattivamente ciò che Agostino chiamava la memoria, che è «il presente del passato».
Forse come le generazioni che vennero dopo Ba’al Shem Tov (il Besht),
«non sappiamo più accendere quel fuoco, non troviamo più quel posto nel bosco, abbiamo dimenticato quella preghiera, ma di tutto questo possiamo raccontare la storia».
Come si sarà notato Luzzatto non fa mai un riferimento diretto alla Shoah: un non detto che attraversa silenziosamente tutto il testo, quasi si temesse di tematizzarlo, quasi non lo si volesse racchiudere in una categoria – ma, proprio perché sa che i volti, i luoghi, i nomi possono essere dimenticati, ma il che cosa è stato no, ci offre molto di più: gli strumenti per fare memoria. A ciascuno la libertà di far fruttare al meglio il tempo che gli è dato, di giocare il dramma della propria esistenza tesa verso un compimento che, solo chi è sazio di giorni, può dire di aver raggiunto.

F.N.