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David Bidussa
A cura di: Francesca Nodari

L’era della postmemoria

Fare memoria/Filosofi lungo l’Oglio – 1

INSTANT BOOK

5.00

Categoria:
Collana: Fare memoria/Filosofi lungo l'Oglio - 1
Formato: 110x155x4 mm - pp. 48 - copertina semirigida
Edizione: 2012
ISBN: 978-88-8486-512-0
Product ID: 2694

Descrizione

Non è casuale che il primo numero di questa collana ospiti l’intervento di uno dei maggiori storici sociali delle idee, David Bidussa, che ci offre già nel titolo: “L’era della postmemoria” un’indicazione e un avvertimento: “Dopo l’ultimo testimone”, come recita uno dei suoi saggi, occorre imparare a fare fino in fondo i conti con la storia. Il vero problema, come Bidussa sottolinea in maniera cristallina, non risiede tanto e solo nel venir meno e nell’inevitabile spegnarsi di quelle voci e di quei volti che l’orrore l’hanno visto da vicino, ma nella presa d’atto che l’era della postmemoria implica. In altre parole cominciare «a riflettere su ciò che ereditiamo, sulle forme del sapere e della coscienza pubblica che abbiamo acquisito e, infine, su quale sia il rapporto che intratteniamo col passato. Su tutto il passato del Novecento, per riflettere nel presente».
L’intero saggio è volto a far comprendere, in maniera disincantata e puntuale, perché alla domanda se sia o meno aumentata la nostra competenza storica – non la mera conoscenza storica – la risposta non possa che essere negativa. Bidussa invita ed esorta ad acquisire ed esercitare competenze interpretative e disciplinari, pone il problema della lettura delle fonti, di una loro ermeneutica e trasmissione, del sottile «intreccio tra le nostre memorie e la memoria dei testimoni» come esemplifica l’Autore richiamando Pierre Vidal-Naquet.
La posta in gioco è molto alta: nell’era della postmemoria ne va del rapporto stesso che intratteniamo con la storia e del ruolo che essa può assumere nella ricostruzione dei fatti, che significa conoscenza di quanto è avvenuto ma anche autonomia critica. Dunque formazione del corpo docente, ma anche consapevolezza del ruolo di cittadini, di genitori, di operatori pubblici. Occorre, insomma, saper lavorare sui documenti, costruire capacità, non trasferire semplicemente pacchetti di narrazioni che spesso si risolvono in kit trasferiti all’utente senza la cura di dotarlo degli strumenti necessari per giudicare e per capire fino in fondo. E questo dato emerge chiaramente se si guarda all’uso pubblico della storia nel nostro Paese, ma anche in rapporto a quel soggetto politico e culturale che è l’Europa, ove la postmemoria «si configura come altra modalità della memoria». Parrà un paradosso, ma così è: una tale memoria è memoria del male. Come non pensare a Srebrenica, città martire dell’ex Jugoslavia, dove tra l’11 e il 15 luglio 1995 fu perpetrato come dichiarò Kofi Annan, «il più brutale atto di genocidio dai tempi della Seconda guerra mondiale»? Più di ottomila persone massacrate dalle truppe serbo-bosniache in soli dieci giorni, ad un ritmo di trenta all’ora. Questo avvenne in una città che era sotto la tutela dell’Onu. Dinnanzi ad un male che, di nuovo, dopo Auschwitz, è «già là» ci è si è barricati dietro un «finta di niente», che pare assumere i tratti dell’il y a levinasiano. Come se nulla fosse. Come se non ci riguardasse. Di qui l’emergere del disagio e della vergogna della memoria e della sterilità cui porta la mera retorica della memoria.
Serve attivare «una nuova stagione di riflessione e di pratica sulla e della storia in grado di uscire tanto dal sensazionalismo come “dall’uso politico del passato”».
A ragione David Bidussa richiama nella parte conclusiva del saggio sopra citato le parole di Enzo Traverso:«Per un ebreo polacco, Auschwitz significa qualcosa di terribilmente unico: la dissoluzione dell’universo umano, sociale e culturale all’interno del quale è nato. Uno storico che non arriva a comprendere questo non potrà mai scrivere un buon libro sulla Shoah, ma il risultato della sua ricerca non sarebbe migliore se egli concludesse che il genocidio ebraico sia l’unico della storia».
Un monito forte, che va oltre il semplice dire: «mai più» e che molto lascia intendere del complesso rapporto tra storia e memoria.

F.N.