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Bernhard Casper
A cura di: Francesca Nodari

La felicità, il dono e la fede

Granelli/Filosofi lungo l’Oglio – 2

INSTANT BOOK

5.00

Categoria:
Collana: Granelli/Filosofi lungo l'Oglio - 2
Formato: 110x155x4 mm - pp. 64 - copertina semirigida
Edizione: 2011
ISBN: 978-88-8486-477-2
Product ID: 2652

Descrizione

In un andamento fenomenologico-ermeneutico cristallino, Bernhard Casper – uno dei maggiori filosofi della religione viventi – accosta la realtà della felicità, a partire da una decostruzione del concetto che antepone all’interrogativo del pensiero a-temporale e oggettivante sul «che cos’è la felicità», la domanda centrale: «chi è colui che è felice e come accade che questi lo sia?».
A partire da un’etica intesa come ermeneutica dell’esserci umano – esserci che, in quanto finito, è mortale e a tempo – Casper individua l’essere felice in ciò che eviene come dono e l’intenzionalità dell’essere felice, nel ringraziare per il dono. Che è un «don du rien». Dono che si realizza nell’accadimento dell’incontro dell’essere assegnato a se stesso con l’altro da sé. Nell’autenticità del «sono felice», il ricevere passivo del dono e l’attivo realizzarsi nella gratitudine coincidono», al punto che lo stesso linguaggio della felicità cambia registro: non finisce in un’asserzione constativa, ma passa attraverso la lode. Ma si può essere, davvero, felici dinnanzi alla continua irruzione di ciò che Kant chiamava il male radicale? Come si può parlare di felicità di fronte alle ingiustizie, alle catastrofi e, a maggior ragione, al cospetto della sofferenza inutile? Occorre sempre partire da quel chi che è qui, ovvero da quell’ «io sono» di carne e di sangue che, oltrepassando se stesso nella propria temporalizzazione e insieme riconoscendo nell’intervallo temporale la propria recettività, si fa accadere nell’incontro con l’altro in un evento di «eteronomia privilegiata». Un accadere di cui è grato e che lascia intravedere nel ringraziare la cifra del proprio dire sì al fatto di esserci ed esserci con l’altro. Ma cos’è che eviene in questa gratitudine responsiva e feconda, se non il darsi stesso della fede, o meglio, del credere (glauben) inteso in senso totalmente verbale, ovvero nel suo senso di compimento? Per il Dasein incarnato che ha bisogno dell’altro o, il che è lo stesso, che ha preso sul serio il tempo, il desiderio profondo della felicità porta le stimmate dell’Illeità, quella traccia di un altrimenti che essere, che fa rinvenire all’«io sono» mortale il suo in-vista-di-cui-finale nella salvezza. F.N.