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Maria Rita Parsi
A cura di: Francesca Nodari

Felice-mente. La felicità al tempo delle escort

Granelli/Filosofi lungo l’Oglio – 4

INSTANT BOOK

5.00

Categoria:
Collana: Granelli/Filosofi lungo l'Oglio - 4
Formato: 110x155x4 mm - pp. 64 - copertina semirigida
ISBN: 978-88-8486-486-4
Product ID: 2656

Descrizione

La prima impressione che si matura nell’accostarsi al testo qui presentato da Maria Rita Parsi, è il procedere per opposizione, o se si vuole seguendo un movimento antifrastico, capace di portare a datità lo stato attuale del nostro presente. Una sorta di fenomenologia di quest’era della complessità e della globalizzazione con sullo sfondo uno sguardo costante ai grandi della filosofia e del pensiero classico: da Aristotele a Platone, da Tucidide a Epicuro, da Pascal a Fichte – per citarne solo alcuni – quasi che le loro parole risuonassero e facessero da monito alla coscienza dell’uomo dis-orientato del XXI secolo. Il richiamo al coraggio, alla sobrietà, alla libertà, alle virtù, all’edificazione di sé – per usare la formula che intitola una delle ultime fatiche di Salvatore Natoli – sono tentativi che i grandi del pensiero suggeriscono per avvicinarsi a quella tanto agognata meta, che è la felicità. Serve una scossa, uno scatto in avanti, un risveglio dal torpore dei piaceri effimeri e ingannevoli, dalle ammalianti promesse di felicità che subito si rivelano illusorie se è vero, come ricorda Spinoza, che
«nessuno può desiderare di essere felice, di agire bene e di vivere bene senza che desideri insieme di essere, di agire e di vivere, cioè di esistere in atto».
Stando alla realtà, come dice molto bene l’Autrice, il nostro tempo è segnato da un precariato della felicità, da intendersi nel senso etimologico stesso di «pregare per ottenere». Una vera e propria forma di idolatria contemporanea con lunghe file di pellegrini secolarizzati pronti a votarsi al culto del dio denaro, del successo facile, della popolarità spicciola. «Sono, dunque, appaio» è il leit-motiv di un mondo ove il reale spesso sconfina nel virtuale, dove i legami diventano essi stessi smaltibili, dove
«né “avere” né “essere” contano granché negli attuali modelli di vita felice: bensì usare. Uso istantaneo, “sul posto”, uso che non sopravvive al piacere che arreca».
È questa la disamina efficace di quella che il grande sociologo Zygmunt Bauman – tra i più autorevoli sostenitori della postmodernità – chiama una società sotto assedio, il cui principale comune denominatore è quello dell’incertezza. Siamo vite che consumano, vite di corsa, vite liquide in cui pascola «una fauna di una realtà esteriorizzata e vanificata»: le escort.
Cortigiane pronte a tutto, noncuranti di mettere in svendita il proprio corpo – diciamo pure di farne un mero oggetto di mercificazione – pur di raggiungere una visibilità immediata, un successo effimero fatto di eccessi e di sopraffazioni, di opportunismo e di mera autoreferenzialità. Allora la vita felice non è più la vita buona, ma la vita sul palcoscenico di manichini danzanti in cerca del miglior offerente, in un «do ut des», dove la fragilità e l’inconsistenza sono la cifra paradigmatica. Ancora Bauman ricorda:
«La prospettiva di un susseguirsi sempre più veloce di piaceri è, letteralmente, sbalorditiva. Aiuta a levarsi dalla testa la preoccupazione della felicità. Aiuta anche a dimenticare che tale preoccupazione un tempo esisteva. Nella realtà del mondo liquido moderno, questa amnesia è il senso della felicità».
In una tale condizione cosa si deve fare? Ha ragione Maria Rita Parsi quando sostiene che in questo tempo, che non è solo il tempo delle escort, «si manifesta per assenza» il bisogno di tendere ad una dimensione di autenticità, come dimostrano le indagini condotte su migliaia di giovani, i quali pongono tra i valori prioritari quello della fedeltà, dell’amicizia, della famiglia e indicano tra le doti individuali di riferimento: la lealtà, l’onestà, la sincerità, la coerenza, la libertà. Ne emerge una sorta di mondo alla rovescia se confrontato con quello finto e irresponsabile delle escort. Di qui l’esortazione a coltivare la pedagogia come impegno formativo, a tornare, come più volte Salvatore Natoli ha sottolineato nei suoi testi, a un recupero delle virtù, a dare seguito a ciò che l’Autrice chiama il metodo della psicoanimazione: il dare anima all’anima. Abitare il mondo richiede coraggio, la disponibilità ad arrischiarsi in esso per non appiattire la felicità sulla mobilità, sull’ubris di un sé che non riconosce la propria finitezza e la propria mortalità e che non ammette che non si può essere felici da soli. Scommettere sulla relazione è il primo passo da compiere per far sì che una persona abbia ali e radici. È una sfida che Stéphane Hessel, rivolgendosi alle giovani generazioni, ha saputo condensare in due imperativi: «Indignatevi!» ed «impegnatevi!».
F.N.