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Franco Robecchi
Ingegneri a Brescia
Storia di specialisti del fare e del loro Ordine professionale
Introduzione di Marco Belardi
Gli ingegneri, e soprattutto gli ingegneri bresciani, hanno sempre amato assumere un basso profilo pubblico, per mentalità e per carattere. Hanno sempre preferito lavorare in modo sobrio e solido, mirando all’efficienza, coltivando il nobile valore della responsabilità, applicando il proprio impegno allo spirito di servizio e affidando il proprio linguaggio e la propria immagine solo alle opere prodotte. Se questa delineazione della personalità si attaglia a tutta la categoria, ancora più che la schiera dei progettisti di opere edilizie e architettoniche, che di qualche evidenza possono maggiormente fruire, essa denota la grande comunità degli ingegneri industriali, nel senso ampio del termine, che hanno fornito, e forniscono, le gambe al cammino bresciano delle fabbriche, dell’informatica, delle telecomunicazioni, dell’artigianato di nicchia e di successo, delle infrastrutture d’avanguardia e della qualità medica.
L’austera intelligenza, l’amore per il proprio operare e l’orgoglio per la bontà dei propri prodotti fanno parte dello spirito serio e affidabile dei Bresciani. Dalle lunghe epoche contadine sino alla rivoluzione industriale, della quale viviamo l’esaltante evoluzione, sempre i nostri conterranei hanno amato e rispettato, persino in senso morale e religioso, la nobiltà del fare, come dovere personale, familiare e sociale. Lo stesso impegno fu applicato nel premere l’aratro e nel falciare il grano, così come nel battere il maglio sul ferro e nel tornire le canne dei fucili. È lo stesso spirito con cui i tecnici bresciani costruirono le torri delle mura cittadine e i canali che irrigavano i campi, gli ingranaggi dei torcitoi per la seta e i motori a scoppio “degli automobili” che corsero alle gare del 1899. Le qualità di quella passione per il fare si sono interamente travasate nella formazione dell’ingegnere ottocentesco bresciano e, progressivamente, nella definizione dell’ingegnere novecentesco, costruttore di turbine e centrali idroelettriche, di camion e presse, di rivoltelle acquistate dai maggiori governi mondiali, di apparecchiature medicali che salvano la vita. I Bresciani vollero anche per sé un atelier di creazione dei giovani ingegneri, e pervicacemente operarono per ottenere l’insediamento di un’Università che sulla facoltà di ingegneria basò la sua motivazione fondamentale. Ma il lavoro continuò a proseguire in silenzio, pago della gratificazione intima che derivava dai risultati e da una condivisa stima sociale.
Il clima sta cambiando, e non solo per la crisi economica globale che stiamo soffrendo. Già da tempo l’apprezzamento per coloro che si preparano con studi severi e poi lavorano nella riservatezza soffre l’indifferenza di massa, che preferisce esaltare figure sociali che sanno cavalcare i media e la demagogia. Gli ingegneri non hanno bisogno di esibizioni maldestre, ma non intendono neppure essere misconosciuti o penalizzati da una coltivata opinione pubblica che ha svalutato i ruoli della serietà, anche insinuando critiche che ignorano la difficoltà, la delicatezza e l’importanza di attività professionali sulle quali si basa, per colmo di contraddizione, il quadro strutturale, tecnologico ed economico, del quale maggiormente si vanta la nostra civiltà.
Era quindi tempo che anche la categoria degli ingegneri uscisse dalla riservatezza, non per esibire una replica del diffuso spettacolo imbonitore dell’attrattiva fatta si scoppiettii e lustrini, ma semplicemente per narrare la statura di un essere e di un operare che, dai tempi dell’homo sapiens, si è conformata nella costruzione di un mondo più consono alle aspettative del genere umano. Gli ingegneri hanno guidato gli artigiani, gli operai, le tessitrici e i meccanici per la formazione dell’universo tecnologico in cui viviamo, in condizioni sempre migliori. Hanno diritto infine ad uno scatto d’orgoglio, che li ponga per un attimo alla ribalta, e ciò a vantaggio anche dei giovani, che si accingono ad entrare nella categoria, per svolgere, pur dentro una selva di sempre maggiori difficoltà, la più bella professione del mondo.
L’Ordine degli ingegneri della provincia di Brescia ha quindi deciso di rompere il silenzio esponendosi in un libro che è una vetrina biografica della grande famiglia, dalle origini ad oggi. Per questa impresa ha potuto avvalersi di un ingegnere sui generis, che Brescia può vantare: un ingegnere che è uno scrittore, uno storico e un giornalista.
Non ci si poteva che gloriare di una figura come Franco Robecchi, eclettica nel fare, all’interno di una comunità di specialisti del fare. Ne è nata un’opera che non ha l’eguale nel panorama nazionale: ricchissima di evocazioni iconografiche, leggera nella scrittura quanto scrupolosa e profonda nei contenuti, sempre sintetica fra il carattere locale e la dimensione generale.
È un dono che i 4200 ingegneri bresciani offrono alla collettività, perché, attraverso la storia di questa sua categoria di professionisti, essa si nutra alla sorgente della propria storia di tenacia e di successi e ritrovi il tradizionale slancio fattivo che le ha consentito di conquistare una grande posizione nello scenario nazionale e mondiale.

Marco Belardi
(Presidente dell’Ordine degli ingegneri, della provincia di Brescia)
  • Genere: Libri storici
  • Collana:
  • Formato: 250x340x26 mm - pp.240 - illustr.col - copertina cartonata + sovracoperta con alette plastific opaca
  • Edizione: 2011
  • ISBN: 978-88-8486-497-0
  • Prezzo: 60,00 €
Disponibile

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