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Costanzo Gatta
CANOSSI vita e opere
fotografie a colori di Lella Viola
Introduzione di Eugenio Massetti
L’inimitabile Canossi
Frugare nella vita di un uomo – sia pure con l’onesto duplice scopo di farlo apprezzare ai giovani e ricordarlo ai meno giovani – equivale a metterlo sotto il faro e la lente. Spero quindi che, inquadrando Canossi, la lente porti in primo piano la sua figura, senza deformarla; e la lampada rischiari i momenti più nobili del vero cantore di Brescia.
È questo il primo scopo del libro curato da Costanzo Gatta, che esce dai torchi della Compagnia della Stampa, con il titolo di «Canossi, vita ed opere».
Quanto alle storielle che l’autore riferirà, mi auguro che non contribuiscano – mai lo vorrei, sia chiaro – a perpetuare la favola del poeta bresciano, imprevedibile e balzano.
Quando Costanzo Gatta mi espose il progetto librario rimasi piacevolmente stupito da certi ricordi. Mi raccontò che suo padre, Alfredo Gatta, anche lui giornalista, critico musicale e teatrale del Giornale di Brescia, aveva sempre considerato il Canossi come raffinato gentiluomo, decisamente colto, eccellente latinista e filologo. Fra i poeti latini prediligeva Orazio e Marziale, amava i classici italiani senza ignorare i poeti del suo tempo. La passione per il Moretto non lo distolse dall’attenzione per i pittori contemporanei.
Difese il patrimonio culturale bresciano, fu giornalista di taglio moderno e direttore capace di scardinare vecchie incrostazioni, fra i primi a capire l’importanza della vignetta, incisiva quanto un articolo di fondo e la forza della foto per visualizzare un fatto. Suggerì di investire in efficaci pubblicità, lui che – come imprenditore – fu un fallimento.
Gatta senior aveva avuto modo di conoscerlo e di seguire – per il giornale – gli ultimi giorni della sua vita. Canossi destinava al libraio i soldi del caffè e latte; per il pranzo e la cena si faceva bastare una ciotola.
E mi commosse sapere il Canossi distaccato dal denaro, apprendere che modello da imitare per lui era san Francesco. Pensai che ci fosse un poco di campanilismo nelle parole dei Gatta, padre e figlio. Perché i Gatta vengono da Bovegno, paese prediletto dal Canossi. Nessuna esagerazione. Altri amici di Bovegno – fra questi il cavalier Angelo Taboni proprietario di Ca’ dè le bàchere, – mi dissero che a lui bastava soddisfare i bisogni naturali e necessari. Rifiutava il superfluo. E la perenne mancanza di denaro lo aveva fatto industriare, come provetto artigiano, in ogni tipo di lavoro: persino sarto, calzolaio, falegname. E sapeva alzare un muretto o rizzare un totem di cemento al cantone di una casa per dar corpo ad una fantasia: il mago della Val Surda.
Ritrovai il senso del discorso udito rileggendo le parole di Renzo Bresciani, quando parlò dello scempio critico della figura e dell’opera «fatto dai suoi biografi e i suoi epigoni; i primi riducendo la bella personalità di gentiluomo un po’ fuori dal tempo ad una macchietta perseguitata da un’esistenza “strana” come se fosse obbligatorio per un poeta offrire la propria identità esibendo l’elenco delle eccentricità che avevano stellato di aneddoti la vita, come se dovesse alla fine indossare il berretto a sonagli del giullare; i secondi appiattendosi sulla sua opera senza cercare di capirne la sottile sostanza letteraria, tutti intenti a sfornare a getto continuo brutte copie come tanti fonditori di repliche dei peltri, degli argenti, dei ferri antichi delle nostre valli al solo scopo di utilizzare l’opera del poeta come puntello per la loro scarsa capacità creativa».
Costanzo Gatta studia il Canossi fin dal 1967 quando mise in scena Curt dei Pulì, spettacolo autenticamente bresciano. Oggi mi ha convinto che il poeta non fu né un giullare, né una macchietta. Non trascorreva la giornata all’osteria a orchestrare burle; preferiva, nella quiete di un chiostro, meditare sulle parole di Santa Teresa di Lisieux. Fu un gentiluomo che visse a Brescia come un esiliato, fra monumenti, memorie, grandi uomini del passato, a loro volta esiliati da gente con la memoria corta.
«Lontano da ogni posa, da ogni atteggiamento caricato» apparve al giornalista Giovanni Cenzato del Corriere della sera. Del tutto simile a «un buon uomo, coi suoi baffi spioventi e ottocenteschi, un mezzo contadino».E ancora: «Nessuno immaginava che sotto parvenze tanto comuni si accendesse un estro così originale, comunicativo, che toccava il cuore per la via più breve. Aveva l’aria di un sensale e forse un sensale era, tanto il suo discorrere ci riconciliava con la vita. La bontà e la carità erano i suoi ideali».
Amò il prossimo. Nei tempi bui della guerra venerò i soldati che morivano per il bene d’Italia. Cercò di aiutarli con la poesia: unica sua ricchezza. Tentò di superare lo scoramento da cui sovente era preso e vincere la mancanza di tenacia che lo portava ad essere perennemente in ritardo e vivere seguendo ritmi tutti suoi. Non disdegnò l’impresa: cartoline, libri, giornali, stampe. Ebbe idee buone, fu capace di suggerire un progetto vincente, ma fallì ogni qual volta provò a tuffarsi nel commercio. Debacle garantita, per la cronica incapacità di amministrare. Meglio la poesia.
Per tutti questi motivi la Compagnia della Stampa offre, a 150 anni di distanza dalla nascita del cantore di Brescia, questo volume di Costanzo Gatta.
Eugenio Massetti
Editore
  • Genere: Tradizioni e dialetti bresciani
  • Collana: Grande Brescia - N. 3
  • Formato: 165x240x43 mm - pp. 632 - illustr col - copertina semirigida con alette lunghe plastificazione opaca
  • Edizione: 2012
  • ISBN: 978-88-8486-491-8
  • Prezzo: 25,00 €
Disponibile

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